Elenco delle storie
LE DONNE A MONTECHIARUGOLO
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Periodo StoricoDal dopoguerra ad oggi
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Argomento storicoL’emancipazione femminile
Breve premessa sul ruolo delle donne nella prima metà del Novecento
Per secoli la donna è stata sottomessa all’uomo, padre o marito, non aveva uno status sociale proprio e non era indipendente dal punto di vista economico. È vero che Maria Luigia nel 1815 divenne Duchessa di Parma, ma la Corte viennese affidò a ministri e diplomatici (prima Neipperg poi Bombelles) il compito di affiancarla nel governo del Ducato. In un documento del 1896 emerge la visione che si aveva dell’emancipazione femminile:
Tradizionalmente l’autorità spettava al capofamiglia e le donne dovevano ubbidire. Anche il regime fascista favorì questa visione della famiglia: l’uomo comandava e la donna si prendeva cura della casa e dei figli. Questa mentalità cominciò a vacillare quando, in periodo bellico, le donne poterono offrire un loro valido contributo al di fuori dell’ambito familiare. Durante la prima guerra mondiale ebbero infatti l’opportunità di ricoprire ruoli diversi da quelli abituali quando, a seguito della chiamata alle armi, dovettero sostituire la manodopera maschile, sia nelle attività agricole che in quelle industriali, dimostrando di sapersela cavare egregiamente. Altro ruolo svolto con grande dedizione fu quello delle infermiere della Croce Rossa che prestarono la loro opera negli ospedali da campo allestiti per curare i soldati feriti. Inoltre, durante la seconda guerra mondiale, ci furono donne, spesso giovanissime, che entrarono nella Resistenza con incarichi molto importanti, come staffette o come combattenti, dimostrando una loro personale ribellione al regime fascista.
A partire dal secondo dopoguerra, gradualmente, si ampliarono i diritti delle donne. Nel 1945 il Consiglio dei Ministri emanò un decreto che concedeva loro il diritto di voto. La Costituzione, entrata in vigore il 1° gennaio 1948, riconobbe l’uguaglianza morale e giuridica tra i coniugi. Nel 1970 entrò in vigore la legge sul divorzio. Ma fu nel 1975 che venne varata un’importante riforma del diritto di famiglia con la legge 151: nell’ambito della famiglia i coniugi hanno uguali diritti e doveri, sparisce la figura del capofamiglia e la potestà genitoriale è condivisa da entrambi. Nel 1978 l’interruzione volontaria di gravidanza diventò legale con la legge 194 che ne sanciva le modalità.
Aneddoti dal nostro territorio
Nel nostro territorio ci fu chi pensò di riconoscere l’impegno femminile durante la Grande Guerra: Antonio Bizzozero (1857-1934), agronomo e promotore della Cattedra Ambulante di Agricoltura, istituì dei premi riservati alle donne che si erano distinte nella conduzione delle aziende agricole.
Sempre in questo periodo ci furono anche donne che vennero perseguite per atteggiamenti ritenuti antipatriottici: le due sorelle Marchetti gestivano l’Osteria del Castello di Montechiarugolo dove spesso la clientela manifestava il proprio dissenso intonando canzoni contro la guerra. Le titolari vennero denunciate e, dopo un rapido processo, mandate al confino.
La vita delle donne nel nostro Comune nella prima metà del Novecento:
Ruolo nella famiglia e nella società
Le giovani uscivano dalla casa paterna per sposarsi portando il proprio corredo, costituito da lenzuola, biancheria personale e per la casa. Sui vari capi, sapientemente ricamati, erano riportate le iniziali della sposa. Le cerimonie nuziali erano molto semplici: generalmente si festeggiava in casa con un pranzo o un rinfresco al quale partecipavano i parenti. Le spose raramente sceglievano l’abito bianco. Si preferiva un abito che potesse essere indossato anche in altre occasioni. Difficilmente però, dopo il matrimonio, iniziava una vita solo a due: in molti casi le spose entravano nella famiglia del marito, spesso di stampo patriarcale, dove, insieme alle eventuali cognate, dipendevano dalla suocera per tutto quello che riguardava la vita domestica (si veda cap. 17: “Popolazione e struttura delle famiglie”). Dovevano occuparsi delle faccende di casa, prendersi cura dei figli e, nelle famiglie contadine, lavorare nei campi. Uscivano di casa quasi esclusivamente per motivi di lavoro, per recarsi a messa e alle funzioni religiose, ai funerali o per far visita a qualche parente. Le donne che non si sposavano restavano nella casa paterna, anche se avevano un lavoro, e si occupavano dei nipoti e dei genitori anziani.
Alle giovani era consentito di recarsi ai balli che si tenevano in paese, generalmente in occasione delle sagre, ma sempre accompagnate da qualche anziana che vigilava sulla loro condotta. Un altro luogo di aggregazione nelle nostre campagne era la stalla. Qui nelle sere d’inverno le famiglie del vicinato si riunivano per chiacchierare, giocare a carte, raccontare storie, fare piccoli lavoretti. Le donne cucivano, lavoravano ai ferri o rammendavano, mentre le ragazze da marito ricamavano il corredo. Poiché succedeva spesso che a queste veglie partecipassero anche i giovanotti dei dintorni per fare nuove conoscenze, c’era la possibilità di avere qualche corteggiatore.
Attività lavorative femminili.
Dopo il conseguimento della licenza elementare le ragazze aiutavano in casa, nei campi o andavano ad imparare un mestiere. C’era la necessità di aiutare la famiglia, mentre continuare gli studi comportava una spesa difficile da sostenere e l’obbligo di recarsi a scuola in città. Le poche che potevano permettersi di studiare, prediligevano l’Istituto Magistrale: la maestra era infatti una delle poche professioni intellettuali svolta dalle donne. Un’altra professione esclusivamente femminile era l’ostetrica. I parti avvenivano in casa con l’assistenza dell’ostetrica che controllava anche la crescita del neonato. L’ostetrica condotta era stipendiata dal Comune e assisteva gratuitamente le partorienti meno abbienti.
Molte donne erano braccianti agricole e, nel podere dove lavoravano, coltivavano una biolca di pomodori a mezzo col padrone. In genere zappavano, mietevano, vendemmiavano, trapiantavano e raccoglievano i pomodori.
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Le giovani più povere spesso si recavano in città a servizio presso famiglie benestanti.
Nelle varie frazioni del nostro Comune c’era la possibilità di lavorare nelle numerose fabbriche di pomodoro come stagionali o per tutto l’anno. Qui le operaie scaricavano le cassette, le svuotavano nelle vasche del lavaggio dalle quali poi i pomodori passavano nelle bolle. Erano inoltre addette all’inscatolamento della salsa e all’imballaggio dei barattoli per le spedizioni.
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A Basilicanova c’era anche la fornace di laterizi che offriva diversi posti di lavoro.

A Monticelli, con l’apertura del primo stabilimento termale nel 1927, molte donne vennero assunte come inservienti oppure come bagnine, cioè assistenti di coloro che si avvalevano delle varie prestazioni (inalazioni, fanghi, bagni). Per questa attività erano previsti corsi che insegnavano ad applicare i fanghi, preparare le vasche per i bagni, sistemare gli erogatori per le inalazioni; altre poterono lavorare negli alberghi che erano sorti per il soggiorno nel luogo di cura, come l’Albergo Bagni (1934) e l’Albergo delle Rose (1948) che aveva anche un reparto termale interno.

In genere le donne percepivano una paga inferiore rispetto agli uomini, probabilmente si riteneva che svolgessero lavori meno pesanti. Una tabella presente nell’Archivio Comunale dimostra che nell’Ottocento la paga oraria delle braccianti agricole era esattamente la metà e che anche le maestre percepivano uno stipendio nettamente inferiore rispetto ai colleghi maschi.
C’erano poi le artigiane che lavoravano in casa: sarte, magliaie, camiciaie, parrucchiere e ricamatrici. Per imparare il mestiere, dopo le elementari, era previsto un apprendistato di alcuni anni presso un’artigiana esperta, naturalmente senza percepire alcuna paga.
Testimonianze:
Una magliaia di Basilicanova, la signora Carolina Dall’Orto (classe 1927) ci ha raccontato la sua lunghissima esperienza lavorativa:
“Nel 1938, finite le scuole elementari, mia madre decise che sarei diventata magliaia. Devo dire che ha dimostrato una certa lungimiranza perché ho amato moltissimo questo lavoro che mi ha dato anche tante soddisfazioni. Ad insegnarmi i primi rudimenti del mestiere fu la signora Carmelina Bocchi di Basilicanova presso la quale rimasi per circa un anno. Successivamente andai ad imparare da una magliaia di Basilicagoiano che mi insegnò a fare le calze e i guanti. Aveva infatti una piccola macchina particolarmente adatta a questo scopo e, quando lei si trasferì, mio padre me la comprò. I miei fratelli la trasportarono da Basilicagoiano a Basilicanova con un carretto. Ricordo che era il 21 aprile 1940, ed era festa perché si celebrava il Natale di Roma. Alcuni mesi dopo i miei mi acquistarono una macchina più grande, una Dubied numero 8. Una signorina, incaricata dal venditore, venne a casa mia e, in un solo giorno fino a notte inoltrata, mi insegnò come usare la macchina e come eseguire i punti speciali. Cominciai così a confezionare maglie e maglioni per una clientela che andava via via aumentando. Avevo tredici anni! Mi avevano messo un’asse sotto i piedi perché ero troppo piccola per lavorare agevolmente. Mi dispiace molto di aver smarrito la rivista di maglieria sulla cui copertina appariva la mia foto: avevo le trecce ed ero ritratta davanti alla macchina nuova. Mi proposero anche di andare a Fidenza ad insegnare alle future magliaie, ma naturalmente i miei genitori non diedero il permesso, data la mia giovane età.
Durante la guerra la Dubied fu nascosta perché c’era il pericolo che fosse requisita; ne comprai allora un’altra che potesse lavorare i filati più grossi, poiché la sola lana disponibile era quella filata in casa. Con la mia prima macchina confezionavo calze e guanti, commissionati dalle suore di Basilicanova e destinati ai soldati. Riuscivo a fare anche diciassette paia di guanti al giorno! A volte dovevo recarmi in città per acquistare piccoli pezzi di ricambio, bottoni e filati. Utilizzavo quasi sempre la bicicletta, qualche volta la corriera se faceva molto freddo.
Dopo la guerra, insieme a mia sorella, mi trasferii a lavorare in paese, nel palazzo dove c’era il salone del cinema che era di mio padre. Avevamo tre macchine e diverse ragazze venivano da noi ad imparare il mestiere e ad aiutarci. Il lavoro era tanto, considerando anche che all’epoca le maglie e i maglioni si cucivano a mano e, sempre a mano, si dipanavano le matasse e i gomitoli di lana. Il primo dipanatore elettrico lo comprai alla fine degli anni ’50. Lavoravamo per clienti privati e per alcuni negozi di città, tra cui quello di una certa signora Mori per la quale confezionavamo le “liseuses”, cioè golfini molto leggeri che si indossavano a letto. Siccome i filati erano piuttosto costosi, per i nostri clienti riutilizzavamo spesso lana che proveniva da maglioni disfatti. Per i bottoni, lana ed altri accessori ci rifornivamo alla merceria di Buratti che allora si trovava proprio nel palazzo vicino a noi.
A metà degli anni ’50 lasciai il laboratorio per lavorare a casa. Oltre a mantenere i miei clienti privati, ho collaborato per anni con un negozio di via Garibaldi a Parma. Spedivo le maglie confezionate con la corriera e la titolare del negozio mi mandava i filati con lo stesso mezzo. Alla fine degli anni ’60 acquistai una macchina elettrica, numero 12, un’altra alcuni anni dopo (numero 8) e una rimagliatrice elettrica. Lavoravo per un maglificio di Reggio e, successivamente, per uno di Parma. Si trattava però di produrre pezzi in serie che venivano poi confezionati con le taglia e cuci. Mi affidavano però la confezione dei campionari tra i quali venivano scelte le nuove collezioni estive e invernali e questo tipo di lavoro, che tra l’altro era anche ben pagato, mi piaceva molto. Dagli anni ’80 in poi mi limitai a servire i miei clienti abituali fino ad alcuni fa.”
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Una sarta del nostro Comune, ora in pensione, ci ha parlato del suo lavoro, svolto con successo per tanti anni:
“Verso i 14 anni sono andata ad imparare da una sarta di Monticelli, poi da un’altra a Parma, soprattutto per perfezionarmi nel taglio. Come prime nozioni si imparava a passare i fili, a fare il sottopunto per gli orli e il sopraggitto, sostituito poi dal punto zig zag delle macchine da cucire. Dopo circa sei anni ero sarta finita e ho incominciato a lavorare per una vasta clientela.
La confezione di un capo d’abbigliamento su misura avveniva in varie fasi che richiedevano precisione e maestria. Per scegliere i modelli dei vari capi, insieme alle clienti, consultavo le riviste di moda, i “figurini” come venivano chiamati allora. Dapprima si prendevano le misure, si segnava la stoffa con il gesso, oppure si utilizzavano modelli di carta, si passavano i fili e finalmente si tagliava, operazione molto delicata per la quale occorreva grande concentrazione. Si puntava con gli spilli, si imbastiva e si procedeva alla prima prova. Se tutto andava bene l’abito veniva cucito a macchina, le imbastiture venivano tolte e si stiravano le cuciture perché restassero ben aperte e si applicava la fodera. Dopo l’ultima prova c’erano le rifiniture: gli orli, le asole e l’attaccatura dei bottoni. In particolare certi capi di voile o di chiffon richiedevano un orlo sottilissimo, con la cucitura invisibile.
Avevo naturalmente vari attrezzi indispensabili: il ferro da stiro e l’asse con lo stiramaniche, vari tipi di forbici, aghi e spilli, il manichino e, soprattutto, la macchina da cucire. Prediligevo la macchina a pedale rispetto a quella elettrica, soprattutto per i lavori più complicati.
Confezionavo ogni genere di capi: cappotti, gonne, tailleurs e, in particolare, abiti da sposa, da cerimonia e da sera, per i quali ho ricevuto tanti complimenti e che, dopo la fatica e l’impegno, mi hanno dato molte soddisfazioni. Avevo diverse clienti tra le signore facoltose che frequentavano le terme di Monticelli, alle quali, nel periodo in cui venivano per le cure, confezionavo vari capi d’abbigliamento. Ho avuto anche offerte di lavoro importanti che non ho accettato perché mi avrebbero costretta a stare lontana dalla famiglia. Ad esempio le sorelle Fontana mi chiesero di andare a lavorare da loro a Roma. Ci conoscevamo bene perché una mia zia aveva imparato il mestiere dalla loro madre. Ero forse destinata ad intraprendere questa attività per tradizione familiare e anche a conoscere sarti famosi: da bambina infatti, prima della guerra, ho abitato per alcuni anni a Milano e sono stata compagna di classe di Giorgio Armani.”
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Come vestivano?
Le massaie, per svolgere le faccende domestiche, indossavano abiti comodi, di colore scuro, il fazzoletto in testa legato alla nuca, calze nere e l’immancabile grembiule con la pettorina (al scosèl). Le donne che lavoravano nei campi, per proteggersi dal sole, dato che l’abbronzatura non era ancora di moda e, in più, tradiva la condizione di “contadina”, indossavano larghi cappelli di paglia (la caplen’a) e le maniche erano rigorosamente lunghe. Nelle fabbriche di pomodoro la divisa era costituita da una vestaglia e una cuffietta a quadrettini bianchi e rossi; alle Terme le bagnine indossavano un abito a righe verticali bianche e blu e un grembiule bianco. In chiesa si entrava con il velo in testa e gli abiti non dovevano essere scollati o senza maniche.
In genere il guardaroba non comprendeva molti capi, che peraltro duravano diversi anni e spesso, soprattutto i cappotti, venivano rivoltati. Come si è già detto, le spose optavano quasi sempre per un abito che potesse essere indossato anche in seguito. I capi d’abbigliamento erano confezionati su misura dalle sarte, poiché non esisteva ancora il prêt-à-porter, ed erano costituiti generalmente da abiti interi, gonne e camicette, cappotti, soprabiti e tailleurs. Le gonne coprivano il ginocchio: solo alla fine degli anni Sessanta arrivarono le minigonne e i pantaloni. Le donne che appartenevano ad una classe sociale più elevata vestivano elegantemente con pellicce, cappelli, guanti e calze di seta.
I figli
Le coppie avevano generalmente molti figli; nel ventennio fascista inoltre la prole numerosa era fortemente incoraggiata dal regime. I parti avvenivano in casa con l’assistenza dell’ostetrica. Solo nei casi più difficili interveniva il medico e, se le condizioni erano veramente serie, la partoriente veniva ricoverata in Maternità. Il tasso di mortalità neonatale, soprattutto nei primi decenni del secolo, era elevato e anche molte donne morivano di parto. Se le madri lavoravano i figli erano accuditi da nonne o zie; se lavoravano nei campi, succedeva spesso che portassero con sé i piccoli dentro a ceste o cassette.
Un grande aiuto per le famiglie fu la creazione delle scuole per l’infanzia o “asili infantili” come venivano chiamati. Erano gestiti dalle suore che, oltre a seguire i bambini, si occupavano anche della cucina e delle pulizie. Ora queste scuole sono parificate e il personale è laico. Dobbiamo ricordare che le suore hanno avuto un ruolo molto importante nei nostri paesi: infatti, oltre ad essere le educatrici dei piccoli, sorvegliavano anche le bambine e le ragazze che si ritrovavano nei locali dell’asilo per il catechismo, per le adunanze dell’Azione Cattolica, per preparare recite e piccoli spettacoli o semplicemente per giocare.
Nel 1943 sorse l’Asilo Infantile di Basilicanova fondato dal parroco don Antonio Fava, coadiuvato dal signor Giovanardi, presidente del Comitato gestore. Alla sua morte subentrò la moglie, signora Vittoria, che si prodigò per coinvolgere non solo la popolazione, ma anche personaggi importanti a livello nazionale al fine di ottenere fondi per la ristrutturazione e il mantenimento dell’asilo che, nel frattempo, era stato trasferito dalla sede di via Ghiare a quella che era stata la Casa del Fascio nella piazza del paese. Alla signora Vittoria Giovanardi è intitolato il viale ciclopedonale parallelo a via Garibaldi.
Nel 1948 fu inaugurato l’Asilo Infantile di Monticelli Terme. Fu il senatore Giuseppe Micheli a donare una somma e a raccogliere fondi per questo progetto in memoria del figlio Michele caduto in Russia e al quale l’asilo fu intitolato. Dopo la morte del senatore, l’opera venne portata avanti dalla moglie N.D. Lucia Basetti e dalle figlie che provvidero ad ampliare l’edificio e a dotarlo di materiali didattici adeguati.
L’Asilo di Basilicagoiano sorse nel 1949 in un vecchio edificio, per volontà degli agricoltori del paese. Non riuscirono però a pagare l’immobile entro i tempi stabiliti, per cui lo cedettero al Comune che si impegnò a portare a termine l’opera. La gestione fu affidata ad un Comitato laico, con la partecipazione del parroco e di un rappresentante del Comune.
Nelle varie frazioni la frequenza era molto elevata, come dimostra questa foto di gruppo dell’Asilo di Basilicanova, scattata a fine anni ’40, quando era ancora ubicato in via Ghiare.

Personaggi femminili di rilievo
Possiamo senz’altro affermare che le donne del nostro territorio si sono sempre distinte per la loro operosità e senso del dovere e che molte di loro si sono prodigate nelle varie associazioni e nei circoli, offrendo un prezioso contributo con dedizione e altruismo.
Ci sono anche state alcune donne, nate a Montechiarugolo, i cui nomi hanno varcato i confini del Comune.
Va sicuramente ricordata Nelly Corradi, nata a Basilicanova nel 1910, attrice e cantante lirica. Era figlia di Ivanoe, imprenditore e primo proprietario della fornace di Basilicanova. Si diplomò al Conservatorio di Parma e iniziò la carriera di soprano. Ma nel 1934 fu scritturata come attrice nel film “La signora di tutti” e da allora lavorò nel cinema, con successo, per diversi anni. Interpretò anche alcuni film-opera e varie operette. Morì nel 1968. Il Comune di Parma le ha dedicato una piazza a Corcagnano.
Altro personaggio di spicco è una campionessa sportiva, Fausta Quintavalla, di Monticelli Terme. Nata nel 1959, fu otto volte campionessa italiana del lancio del giavellotto. Nel 1985 in Canada conquistò il record italiano di questa disciplina sportiva con 67,20 m. che tuttora rappresenta il primato italiano. Ha partecipato anche a due Olimpiadi: a Mosca nel 1980 piazzandosi dodicesima e a Los Angeles nel 1984 dove fu eliminata nelle qualificazioni.
Ci sono state anche alcune donne native del nostro Comune che hanno partecipato alla lotta partigiana:
- Elide Brunazzi, nata a Basilicanova nel 1919, patriota.
- Bianca Musi, nata a Monticelli nel 1924 (nome di battaglia Lori), staffetta.
- Bruna Schianchi, nata a Montechiarugolo nel 1924 (nome di battaglia Carla), partigiana combattente.
La prima donna candidata alle elezioni comunali del 24 marzo 1946 fu Maria Luigia Panzolato, democristiana, che non fu eletta. Non furono elette neppure Aurora Mazza e Libera Ferrari in lista nel 1964. Finalmente nel 1975 furono due le donne ad entrare nel Consiglio Comunale: Amba Cassi e Oneglia Pagani. Nel 2004 Aldina Bocchi e nel 2019 Francesca Mantelli furono le prime a ricoprire rispettivamente le cariche di assessore e vicesindaco.
Nel nostro Comune sono ancora troppo poche le vie dedicate a personaggi femminili.
A Basilicanova:
- Viale Vittoria Vitali Giovanardi (1894-1994), benefattrice.
A Monticelli Terme:
- Via Laura Bassi (1711-1778), fisica bolognese e prima donna al mondo titolare di una cattedra universitaria.
- Via Nilde Iotti (1920-1999) politica e partigiana, prima donna Presidente della Camera dei Deputati.
- Via Tina Anselmi (1927-2016) politica e partigiana. Prima donna ad aver ricoperto la carica di ministro della Repubblica.
- Via Ilaria Alpi (1961-1994) giornalista e fotoreporter.
- Via Maria Montessori (1870-1952) medico, pedagogista ed educatrice.
- Via Lina Merlin (1887-1979) politica e insegnante, prima donna eletta al Senato.
- Via Rita Levi-Montalcini (1909-2012) neurologa, premio Nobel per la medicina, senatrice a vita.
- Pista ciclabile dedicata a Silvia Mantovani (1978-2006), vittima di femminicidio. In memoria di questa giovane barbaramente uccisa dall’ex fidanzato, si è costituito il Gruppo “Amici di Silvia” che organizza manifestazioni ed eventi per ricordarla e sensibilizzare i cittadini su questo grave problema sociale.
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Data creazioneMartedì, 20 Gennaio 2026
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Ultima modificaMercoledì, 21 Gennaio 2026







